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Una selezione accurata di articoli di interesse

INDICE TEMATICO

ITER FORMATIVO E MODALITÀ DI INTERVENTO DEL PEDAGOGISTA CLINICO

La pedagogia clinica, dopo lunghi dibattiti circa lo statuto epistemologico, oggi èuniversalmente riconosciuta come scienza, una scienza speciale, che si caratterizza per il suo intimo legame con l’uomo, per il valore che riconosce alle esperienze umane e per il suo radicamento nella storia della società.

Si presenta come una scienza connotata socialmente, evoluta, sperimentale, vigile nell’individuare i mezzi e gli strumenti necessari per accompagnare l’uomo verso la conquista della propria autonomia. La pedagogia clinica, superati i grovigli dei fondamenti epistemologici, le incertezze del passato ha elaborato nel tempo solidi principi teorici ed ha definito metodi riconosciuti sicuri. Essa propone un modello educativo dell’essere umano volto a favorire l’armonia tra pensiero e azione.

Un soggetto immerso nelle contingenze dell’esistenza, in situazioni complesse ove siano riconoscibili, frammentazioni, divisioni interne ed esterne, trova risposte idonee ai suoi bisogni grazie alle competenze e alle abilità maturate dal pedagogista clinico, lo specialista che per il suo lavoro fa uso di tecniche e metodologie esclusive, che spaziano dalla Inter-Art, alla Musicopedagogia, dal Body Work, alle Psicofavole, dall’Edumovement, allo Psicodramma Pedagogico e tanti altri ancora. Il pedagogista clinico per intervenire in aiuto alla persona intraprende una specifica formazione che principalmente gli consente di acquisire abilità e disponibilità nella relazione. Segue percorsi capaci di aiutare a leggere, analizzare e giustificare ogni istanza senso-percettiva, organizzativo-motoria ed emotivo-relazionale, vie privilegiate per accedere al proprio schema corporeo e all’immagine di Sé. Molte attività coinvolgono il corpo in quanto fenomeno psichico e testimone rassicurante dell’unità dell’individuo a partire dal quale il pedagogista clinico struttura un processo di unificazione dell’io e di acquisizione del senso di realtà che conduce ad un equilibrio in cui il mentale e il corporeo sono interpretati in termini di coesistenza dialettica, variabili di una esperienza unitaria. La realtà corporea è intesa quindi come presenza, come essenza di significatività. Il pedagogista scopre territori inesplorati, vive in prima persona esperienze in situazioni di gruppo, che facilitano la comunicazione, lo scambio, l’interazione tra i membri.

Il viaggio formativo produce cambiamenti significativi, che servono ad affrontare “le passioni tristi” tipiche nella nostra società, le paure, la rassegnazione e lasciano gradualmente il posto alla fiducia, al coraggio, alla stabilità, ad atteggiamenti creativi che saprà usare nella relazione di aiuto alle persone.

Così al termine del percorso formativo, le nuove sicurezze, i nuovi atteggiamenti interiorizzati consentono al pedagogista clinico di accogliere l’altro, di guidarlo alla scoperta di Sé, delle proprie risorse, per dare risposte “da Sé a Sé” in piena autonomia ed armonia.

Per maggiori informazioni: www.isfar-firenze.it



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L’EDUCAZIONE SOCIO-AFFETTIVA-RELAZIONALE:
INTERVENTO PEDAGOGICO-CLINICO CON PREADOLESCENTI E ADOLESCENTI


Nel percorso di crescita di preadolescenti e adolescenti sono sempre meno presenti le dimensioni dell’emotività.
Questo determina l’instaurarsi di modalità personali di relazione con sé stessi e con gli altri votate a un senso di fretta, di impazienza, di attenzione labile, con un’inevitabile sempre più ridotta capacità di comprendere l’altro e i suoi sentimenti.

La sfrenata ricerca di nuove stimolazioni determina il venir meno della capacità di ascoltare e di ascoltarsi, si trascura l’importanza delle sensazioni e degli affetti che le accompagnano, la povertà emozionale conduce all’azione immediata.

Lo sviluppo della dimensione affettiva avviene attraverso la stimolazione di disponibilità e potenzialità interiori: l’individuo ritrova se stesso e giunge gradualmente a un’integrazione della propria identità

La conoscenza di sé stessi stimola la creatività e conduce all’acquisizione di nuovi equilibri e disponibilità, superando in questo modo ogni forma di disagio.

Un intervento sulle emozioni è in grado di stimolare la creatività del soggetto, aumentare la motivazione e favorire la conoscenza di sé stessi e degli altri.

Attraverso un percorso sull’autoconsapevolezza il soggetto è in grado di individuare il proprio stile di gestione emozionale, di migliorare i suoi rapporti e di orientarsi meglio nel labirinto della complessità. La consapevolezza delle proprie emozioni permette un miglior controllo su di esse.

L’autoconsapevolezza, l’autocontrollo e la motivazione rientrano tra le competenze personali in grado di condurre l’individuo ad una maggiore conoscenza di sé stesso; l’empatia e le abilità sociali fanno parte dell’insieme delle competenze sociali e relazionali volte alla costruzione e gestione delle relazioni con gli altri.

Le motivazioni, le aspettative, le interazioni con gli altri dipendono dall’affettività e possono facilitare od ostacolare l’apprendimento. Alla base di molti fallimenti scolastici ed educativi non ci sono tanto difficoltà specifiche di apprendimento o insufficienti capacità cognitive, quanto una situazione globale di malessere e di disagio relazionale che induce scarsa motivazione e disponibilità all’attenzione e allo studio. L’istituzione scolastica privilegia la conoscenza come fatto intellettuale ed eminentemente cognitivo e trascura la dimensione emozionale e relazionale concomitante al lavoro scolastico. Rogers (1969) sostiene che la scuola, privilegiando gli aspetti intellettuali, si occupi dell’allievo solo dal “collo in su”, come se fosse una testa vagante e non una persona. La crescita cognitiva ed intellettuale dello studente deve progredire di pari passo con quella umana e affettiva. Lo sviluppo dell’affettività e dell’emotività, la capacità di contenerla ed elaborarla, permette di pensare e apprendere. Ogni forma di apprendimento si realizza in un contesto emozionale, relazionale, affettivo, lasciando un’impronta dentro di noi e offrendoci una modalità particolare di selezionare, organizzare e simbolizzare le nostre esperienze. È fondamentale la capacità di incanalare le emozioni verso il raggiungimento di un fine produttivo: questa capacità può manifestarsi nel controllo degli impulsi e nel rinvio delle gratificazioni, nel regolare i nostri stati d’animo, in modo che essi facilitino, invece di ostacolare, il pensiero razionale e nel trovare la spinta motivazionale giusta per insistere e riprovare nonostante gli insuccessi.

La Pedagogia Clinica considera la persona come unità psico-fisica complessa in grado di trovare da sé le risorse necessarie al superamento del proprio disagio. L’approccio olistico in Pedagogia Clinica si realizza attraverso metodi e tecniche volti a coinvolgere attivamente la persona nella sua totalità.

I metodi pedagogico-clinici, all’interno di un percorso volto allo sviluppo della dimensione socio-affettiva-relazionale, utilizzano tecniche espressive basate sul movimento libero e spontaneo, sui suoni e sull’ascolto attivo, sul disegno e sulla rappresentazione. Il soggetto ha l’opportunità di liberare le proprie emozioni e sperimentare piacevoli sensazioni: lo sviluppo dell’espressività e della creatività consente il raggiungimento di un’immagine positiva di sé, di un nuovo equilibrio e di nuove disponibilità, superando ogni forma di disagio. Attraverso le esperienze pedagogico-cliniche i soggetti hanno l’occasione di scoprire abilità espressive, di sperimentare la creatività e di ritrovare sé stessi nel rapporto con l’altro; vengono riattivate, inoltre, quelle capacità di base necessarie alla vita di relazione: l’espressività del corpo, la competenza nei linguaggi, lo sviluppo psico-affettivo. Le tecniche espressive creano un collegamento col proprio mondo interiore e conducono a soluzioni e situazioni nuove: il soggetto “mette fuori” parte della propria interiorità.

All’interno dell’ambito scolastico, la modalità utilizzata è una modalità esperienziale e interattiva volta a considerare il gruppo con le sue risorse.

È all’interno del gruppo che i ragazzi possono sperimentare uno spazio di ascolto particolare, sentirsi riconosciuti, parlare di sé, delle proprie emozioni e, dunque, acquisire consapevolezza su se stessi e sulle proprie relazioni con gli altri. Le tecniche espressive necessitano di una disponibilità interiore al coinvolgimento in prima persona: senza la presenza del gruppo, come elemento di mediazione e contenimento, il soggetto non avrebbe la possibilità di svelare sé stesso, in quanto vivrebbe questa auto-rivelazione come una minaccia.

La condivisione di esperienze all’interno di un gruppo è in grado di soddisfare il bisogno di appartenenza e di identità sociale di ognuno e, soprattutto, ci ricorda che la crescita di ciascuno di noi non può evolvere in maniera separata dagli altri.

L’intervento pedagogico-clinico mira al coinvolgimento attivo dei ragazzi nella scoperta delle proprie potenzialità, nel riconoscimento dei propri stati emotivi e nella conquista di nuove modalità di relazione attraverso linguaggi verbali e non verbali. Addentrarsi nel mondo delle emozioni determina la capacità di esprimerle e gestirle, favorendo l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé. In questo modo si realizza un’autentica attività di prevenzione al disagio e, in particolare, si può contrastare l’emergere di fenomeni quali il bullismo, l’utilizzo (sempre più precoce) di sostanze psicotrope, disordini di origine alimentare e tematiche inevitabilmente correlate alle difficoltà di apprendimento e all’apprendimento scolastico.



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IL PEDAGOGISTA CLINICO NELL’ACCOMPAGNAMENTO ALLA MATERNITÀ

Appena si preannuncia l’arrivo di una nuova vita, la donna sente che la sua esistenza subirà mutamenti profondi: l’instaurarsi di una gravidanza implica per l’organismo femminile una serie di cambiamenti biologici che non possono essere però scissi da variazioni altrettanto importanti di natura emotiva e psicologica.
Tutta l’unità psicofisica è impegnata nell’adattamento alla nuova situazione: il corpo, in maniera del tutto fisiologica, si adegua gradualmente al nuovo stato mentre dinamismi più sottili entrano in gioco per quanto concerne l’adattamento psicologico.

Pur ritenendo riduttivo parlare di una peculiare “psicologia della donna in gravidanza” ritengo che si tratta di un evento che coinvolge profondamente la persona, originando stati di bisogno particolari che possono spaventare chi li sperimenta.

L’inizio di ogni vita è un’iniziazione alla speranza, al bene, alla fiducia e dovrebbe coincidere con la migliore delle accoglienze ma spesso la donna si sente contemporaneamente esaltata ed inadeguata nel compito di dare vita alla vita.

Il pedagogista clinico ha il dovere di promuovere nella persona l’intenzionalità a nuovi status, nella conquista e nel mantenimento di un equilibrio, per il raggiungimento dello stato di identità.
Egli ha a disposizione una serie di tecniche e metodologie proprie, atte ad offrire aiuto e supporto alla donna per affrontare i molteplici bisogni del periodo dell’attesa, alla coppia per aiutarla a vivere una grandiosa lezione che dura nove mesi, affrontando le proprie emozioni come uno stimolo alla crescita ed all’arricchimento.

La scienza medica mette a disposizione tecniche sempre più sofisticate, impegnando la donna in un fitto programma di esami e controlli che scandiscono i mesi dell’attesa secondo un calendario preciso: se da una parte, tutto questo è finalizzato a monitorare l’andamento della gestazione e ne riduce al minimo i rischi, dall’altra, tende a svuotare l’evento di significati soggettivi, uniformando i percorsi.
Il punto di vista medico fornisce una classificazione universalmente condivisa che è una descrizione delle fasi dello sviluppo della vita; la pedagogia clinica, pur muovendosi in parallelo e risultandone arricchita, ci può introdurre nei vari periodi in termini di movimenti affettivi-emotivi che coinvolgono gli adulti che hanno dato la vita.
Consapevole delle tecniche che costituiscono il proprio bagaglio, il pedagogista clinico dimostra un vivo interesse verso il rapporto adulti-bambino, arricchendo il linguaggio dell’attesa con una terminologia che può aiutare a fare emergere i fatti emotivi vissuti dalla donna e dalla coppia.
In tale prospettiva, nasce l’esigenza di ripensare i classici corsi di preparazione al parto in un’ottica pedagogico-clinica per educare a vivere l’attesa come stimolo alla crescita ed all’arricchimento personale.
La pedagogia clinica possiede gli strumenti idonei per parlare all’eroe inesperto che è presente in ogni persona e lasciare che sia anche la parte creativa che abita le anime, a trovare le soluzioni per compiere il prodigio più grande ed antico, con tutte le energie di cui la persona è capace.

Nell’ultimo secolo, è andato via via crescendo l’interesse per la gravidanza, sia sotto il profilo fisico (il dolore) sia sotto quello psicologico.
Ciononostante, ci si imbatte quotidianamente nei deludenti risultati dei corsi di preparazione al parto che ad oggi continuano ad essere l’unica offerta formativa per la donna, se si escludono corsi di yoga e di nuoto per gestanti.
La visione tradizionale, sottolineata dalla terminologia medica, circoscrive la gravidanza come qualcosa di esclusivamente materno ed il periodo prenatale come proprio del bambino nelle sue fasi di sviluppo embrionale e fetale: nessuna considerazione dunque per il padre.
In pedagogia clinica invece l’attesa è definita come il periodo che va dalla nascita biologica, avvenuta nel momento del concepimento, fino alla nascita o conoscenza e coinvolge pertanto la coppia.
Partendo da tali considerazioni e dall’estrema efficacia dimostrata dalle tecniche di pedagogia clinica sul benessere psico-fisico della persona e sul rinforzo dell’Io, il pedagogista clinico è in grado di elaborare un percorso di accompagnamento alla maternità, da realizzare in atelier che lo impegna, responsabilmente e consapevolmente, ad assumere un ruolo educativo all’interno del proprio contesto sociale.
Il percorso permette di esplorare l’esperienza emozionale interiore della attesa; molte donne affrontano la gravidanza in uno dei seguenti modi: come una crisi disastrosa, come qualcosa che deve essere sopportato o come un’opportunità di crescita personale.
In tutti i casi, l’esperienza in atelier potrà arrecare benefici profondi che dureranno a lungo e che derivano dalla conoscenza di sé, dall’incremento dell’autostima e dall’intensificazione dei rapporti interpersonali.
In particolare, non vengono proposte tecniche che sollecitano il controllo razionale a scapito del recupero dei vissuti istintuali, tanto più che durante la gravidanza, data una maggiore attività parasimpatica del sistema nervoso, l’attenzione vigile tende più facilmente a distrarsi e si accentua la vicinanza con le parti più emotive di sé stesse.
Il percorso vuole essere un’occasione unica per trarre pieno giovamento dall’esperienza della gravidanza: la donna infatti, imparando a seguire il ritmo naturale delle modificazioni che coinvolgono il proprio corpo, si concilia con la parte filogeneticamente più antica del cervello, l’emisfero destro per scoprire in sé risorse nuove e positive.

La pedagogia clinica offre alla donna l’opportunità di trovare in sé stessa tutto ciò che le è di aiuto, per affrontare serenamente la gravidanza: un maggiore sentimento di sé induce un’espansione dei campi sensoriali; l’abitudine ad ascoltare e ad ascoltarsi lascia fluire i messaggi del corpo, senza contratture e blocchi muscolari e/o respiratori che li ostacolano.
Tutto questo non può che giovare alla mamma ed al bambino, aiutando a superare lo stato di stress, a liberare gli stati tensionali lasciando fluire le paure e i disagi.

Per ragioni soprattutto culturali, nella maggior parte delle persone, la coscienza sembra essere dominata dall’emisfero sinistro: l’unione delle due menti crea invece qualcosa di infinitamente più potente; tramite stimoli adeguati, il corpo calloso stabilisce una comunicazione intersferica che porta ad una integrazione globale ed olistica.
I metodi e le tecniche proposte dal pedagogista clinico hanno continuamente presente questo concetto ed aiutano a fare entrare nella coscienza gli elementi che provengono dall’inconscio e che sono alla base di ogni trasformazione positiva.
Il pedagogista clinico si fa promotore di un cambiamento di paradigma e intravede nella gravidanza un’occasione unica per riparare alle dicotomie presenti nel mondo contemporaneo: la scissione tra il corpo e la mente, la scissione tra la persona e le sue relazioni, la scissione tra il mondo dell’uomo e quello della natura.
La donna che si prepara a vivere la maternità può e deve essere testimonianza di un possibile ricongiungimento tra queste dicotomie per vivere con serenità ed assolvere in modo adeguato al proprio compito.
La visione olistica della persona è alla base dell’agire del pedagogista clinico e lo induce a sviluppare tecniche per lo sviluppo delle facoltà intuitive che permettono di trovare risposte adeguate alle situazioni di disagio.



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PEDAGOGIA CLINICA E STRESS: UN AIUTO ALL’INTEGRITÀ INDIVIDUALE DELLA PERSONA

In questi ultimi tempi, l’attenzione sempre più crescente dedicata al corpo e al suo benessere ha accresciuto la ricerca spasmodica di mezzi per dare all’esistenza una qualità superiore. I ritmi accelerati della vita di tutti i giorni, la scarsità di tempo dedicato a sé stessi, la competitività esasperante della nostra Società hanno prodotto un mondo sempre più complesso e difficile da vivere. Le continue sollecitazioni derivanti dall’ambiente inducono l’individuo ad operare un adattamento costante allo scopo di mantenere uno stato di equilibrio psico-fisico stabile. In altre parole, attivano meccanismi volti a conseguire nuovi livelli di integrazione.

Un fenomeno analogo si verifica quando un soggetto è sottoposto a stress, per cui si presenta uno squilibrio dell’organismo in risposta ad influenze ambientali.
Uno stress temporaneo costituisce un aspetto essenziale della vita, giacché spesso l’interazione continua fra individuo e ambiente implica perdite temporanee di flessibilità. Fasi transitorie di squilibrio sono una parte integrante del modo in cui una persona sana interagisce con l’ambiente. Uno stress prolungato o cronico, invece, può essere dannoso fino ad assumere un ruolo importante nello sviluppo di molte malattie.
I sintomi fisiologici dello stress come gola stretta, collo teso, respirazione superficiale, ritmo cardiaco accelerato...Costituiscono un corollario di reazioni proprie dell’uomo di fronte ad una situazione di pericolo che prevede il passaggio all’azione o con il combattimento o con la fuga e in seguito il ritorno ad uno stato di rilassamento e quindi di equilibrio.
Lo squilibrio persistente, però, creato da uno stress prolungato può generare sintomi fisici e psicologici come tensione muscolare, ansia, cattiva digestione, insonnia che condurranno infine alla malattia come “soluzione di problemi”.

Situazioni stressanti sono una conseguenza non solo di traumi emotivi, di ansie e frustrazioni personali ma anche dell’ambiente rischioso creato dal nostro sistema sociale ed economico.
Il disadattamento ingenera nella persona un disagio profondo che si manifesta poi a livello della corporeità con problemi vari, come patologie cardiovascolari, molti disturbi dermatologici, le allergie, le gastralgie, le coliti ed altro ancora. Ma la sofferenza più grande si evidenzia nella sfera psichica con perdita della concentrazione, dell’appetito, disturbi dell’umore, sensazione di insuccesso e di impotenza di fronte alle situazioni quotidiane con conseguenti paure che frenano la volontà e l’azione tesi al raggiungimento di condizioni di vita soddisfacenti e gratificanti. Malesseri profondi che peggiorano sistematicamente la qualità della vita, che inibiscono le capacità di assertività e irrigidiscono la persona entro schemi mentali ripetitivi e fallimentari che rendono gli impegni di tutti i giorni imprese insormontabili.
Lo stress non proviene però solo da esperienze negative. Tutti gli eventi, positivi o negativi, che richiedono ad una persona di adattarsi a mutamenti profondi o rapidi, saranno altamente stressanti.
È sconfortante constatare che la nostra cultura abbia prodotto un ritmo di mutamento accelerato in tutti i campi, assieme a numerosi rischi per la salute fisica, mentre ha trascurato di insegnare come far fronte alla quantità crescente di stress a cui si è esposti. In questo ogni individuo è abbandonato a sé stesso, incapace spesso di porre rimedio a situazioni complesse nelle quali si trova avulso senza sapere perchè, poichè la stratificazione che si è operata a più livelli all’interno della Società odierna ha prodotto condizioni di vita che sono destabilizzanti per l’equilibrio individuale e che perciò non aiutano per nulla il processo di integrazione della personalità.

La Pedagogia Clinica mette in primo piano l’importanza della persona e lo sviluppo delle sue potenzialità, poichè si basa su principi ad orientamento olistico nella considerazione della totalità dell’individuo (psiche e soma) ed insieme nel rispetto dei suoi molteplici aspetti.
Il Pedagogista Clinico® nella sua relazione di aiuto può favorire una attivazione delle risorse e delle resistenze individuali affinchè la persona possa superare disagi e disturbi psicofisiologici derivanti da situazioni stressanti e sia in grado di rispondervi adeguatamente con modalità adattive positive.
Il suo intervento si può rivolgere sia al singolo che a gruppi di adulti con percorsi esperienziali, strutturati grazie alla molteplicità di tecniche e metodi che suffragano i disagi provenienti dallo stress.
Le tensioni che turbano le funzioni somatiche, psichiche e relazionali richiedono interventi che rispondano all’inscindibile unità della persona e inseguano un percorso centrato sul corpo e sui vissuti profondi dell’uomo. In questo senso, si pensi innanzi tutto all’apporto del Discover Project®, tecnica corporea che non solo favorisce la distensione e l’abbattimento degli stati tensionali ma anche l’acquisizione di una definizione topografica del proprio corpo e una puntuale coscienza di sé attraverso un’esperienza di contrazione e decontrazione muscolare.
Il Body Work®, metodologia volta alla dialogicità espressivo-corporea, offre alla persona l’occasione di scoprire la propria identità mediante la percezione di sé e, grazie alla piacevolezza dell’esperienza, ne facilita la confidenza e la sicurezza per superare ogni blocco inibitore e far ritrovare un benessere fisico e psichico rivitalizzante, favorevole allo scambio e all’apertura verso gli altri.
Il metodo Inter-Art®, attraverso diverse modalità espressive, arricchisce l’individuo di codici di interazione verbali e non, all’interno di percorsi esperienziali che lo aprono a nuovi canali comunicazionali e lo rendono disponibile a rappresentare e a rappresentarsi con originalità creativa verso una migliore disposizione all’espansione di sé e al rapporto interpersonale.
Il Training Induttivo® nato per fronteggiare lo stress, la tensione, l’ansia e le conseguenti difficoltà che intralciano lo svolgersi quotidiano delle diverse situazioni di vita, libera la persona da stati di disagio psicofisico per indurlo ad orientarsi positivamente nel raggiungimento degli obiettivi desiderati.
Il singolo individuo perciò può acquisire delle nuove modalità per migliorare la qualità della vita, a maggior ragione se si tiene presente che i sintomi manifesti di un disagio nascondono sempre un messaggio che va compreso ed accolto e ciò è possibile se si lascia spazio all’ascolto di sé. In tal modo si pongono le basi per cogliere le motivazioni e i bisogni sottostanti al malessere, ritrovare nuove energie, dare slancio alle aspirazioni di auto-realizzazione.



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CHIUSURA IN SÉ STESSI PER NON MANIFESTARSI

Spesso accade che, di fronte a situazioni caratterizzate da grandi complessità, non si sappia da dove cominciare. Il farsi carico di realtà diagnostiche frammentate e dai contorni imprecisi, con ingenti ricadute sul piano esistenziale, obbliga lo specialista ad una riflessività che richiede tempo, flessibilità e capacità di integrazione multidisciplinare. È utile, in questi casi, riferirsi alla letteratura fondamentale per ritornare ad una definizione originaria del problema e di lì cominciare il cammino.

Mirko, otto anni, una diagnosi di lieve DSA, disturbo specifico dell’apprendimento, (sia nell’area lessicale, che del calcolo e processamento numerico), arriva al centro Dine, su richiesta della mamma, in cerca di quell’aiuto, che sente di non essere riuscita a fornirgli in famiglia. Dal colloquio preliminare con la famiglia emerge con evidenza un quadro dissociato; la madre nota quasi la coesistenza nel proprio figlio di due bambini: uno, lo scolaro, chiuso ed introverso e l’altro, il fanciullo, abile, aperto e pronto al gioco con i pari. Secondo il DSM-IV-TR (testo di riferimento per la definizione diagnostica dei diversi disturbi, 1999) “demoralizzazione, scarsa autostima e deficit nelle capacità sociali possono essere associati nei disturbi dell’apprendimento”, secondo un duplice versante; sia come modalità di approccio sociale diffuso a tutti i contesti del vissuto, sia come espressione dell’impotenza appresa e dunque manifesto in un solo contesto, generalmente quello di performance d’apprendimento.

Dal percorso di osservazione-azione attivato dall’equipe del centro, emerge un quadro caratterizzato da scarsa consapevolezza e fiducia nelle proprie abilità, senso di solitudine, vulnerabilità emotiva ed insoddisfazione. Durante gli incontri di osservazione Mirko si presenta, infatti, con lo sguardo sempre rivolto verso il basso, le spalle reclinate in avanti quasi volesse chiudersi ancor più in sé. La sua gestualità è contratta, così come la modalità verbale. Si esprime con un tono di voce stentato e flebile e tende a coprirsi la bocca durante l’eloquio. Nel dialogo sembra sempre in attesa che l’interlocutore gli suggerisca ogni sua risposta. Anche il sorriso gli torna difficile, quasi che non riconosca in sé tale possibilità d’espressione con gli estranei che gli richiedono performance. Si nota la tendenza ad essere ipostrategico nell’utilizzo delle competenze lessicali e logiche. Nella performance scolastica si percepisce debole e bisognoso d’aiuto.

Il vero malessere, dunque, sembrava nascere dalla preoccupazione di sentirsi solo di fronte ad un mondo che gli chiedeva di essere perfetto, acuendo in lui la percezione di difficoltà nel fare attenzione, nel riflettere per agire e nel dare risposta alle richieste dei grandi. Da ciò l’attesa che altri gli dicessero come fare e la difficoltà a distogliere la propria mente dal “vuoto”, che avvertiva in sé appena lo si poneva di fronte ad un semplice quesito o anche solo ad una semplice elaborazione intellettiva.

La complessità della situazione ha richiesto di farsi carico degli aspetti di sofferenza relazionale presenti e rilevabili nella vita di questo bambino, considerandolo sotto molteplici profili: la sua identità corporea, le capacità inespresse e le sue possibilità.

È stato così predisposto un percorso, che ha avuto inizio col percepire il ritmo respiratorio, guida e regola inconscia dell’espressione orale. Scoprire che l’emissione di suoni avviene solamente nel momento dell’espirazione, fu per lui una conquista che incominciò ad immetterlo nella consapevolezza che ogni performance è strettamente connessa alla corporeità. Quello stesso corpo di cui fruiva in modo così abile nel gioco e che sembrava divenire ostile nell’apprendimento - attività percepita come puro frutto della mente e del linguaggio, estranei a sé - si palesava, invece, come via privilegiata per imparare. Fu così possibile legare la quantità delle parole emesse alla quantità di aria presente nei polmoni. La percezione del sé corporeo si dilatava alla funzionalità degli organi interni, che agivano da sfondo alla produzione di parole, alla loro cadenza ritmata sia nella comunicazione orale, sia nella lettura espressiva. Pian piano scopriva che le interruzioni e le soste, avvertite nell’eloquio dell’altro o nel proprio, erano e sono un bisogno fisiologico con una durata, esprimibile nella scrittura attraverso i segni d’interpunzione. Dal sé all’apprendimento il passo era compiuto. La corretta respirazione, l’attenzione al ritmo respiratorio gli permisero di osare ad esprimersi senza vivere il senso di strozzature in gola, il “vuoto” della parola.

Contemporaneamente si è cercato di costruire un “pensiero uditivo”,ossia di sviluppare l’attenzione selettiva ai suoni ed il loro processamento. Anche in questo caso si è trattato di generare la curiosità per la scoperta di una funzionalità. Il pedagogista clinico è consapevole che il pensiero uditivo non è un aspetto linguistico, ma lo precede. Si sa come il nostro orecchio sia deputato a ricevere tutti i suoni, dai rumori che sono presenti nell’ambiente come sottofondo, ai contenuti comunicativi del linguaggio verbale. Sta però alla capacità del soggetto di attivare le strategie che permettono di mirare l’attenzione eliminando i suoni non significativi. Quest’abilità non è intrinseca all’udire. Occorre che la persona attivi la capacità di recepire i suoni, di selezionarli, di porli in una giusta sequenza e li sappia interpretare. Se i meccanismi uditivi permettono, infatti, di ricevere l’informazione sonora, possono sorgere difficoltà nel generare il pensiero relativo ad essa. Mirko aveva bisogno di sviluppare in lui quest’abilità. Si sono, pertanto, attivati giochi di rappresentazione corporea e grafica relativi alle diverse qualità del suono (tonalità, altezza, intensità) ed alle caratteristiche dei suoni in sequenza (ritmi, pause, parole). In un secondo tempo si sono proposte attività per sviluppare l’attenzione ai tempi di emissione del suono che si voleva far ricordare, ben consapevoli che lo stimolo uditivo si dilegua immediatamente. Come è noto nel percorso di attivazione dell’attenzione selettiva la precarietà di uno stimolo sensoriale non consente la sua replicabilità a scapito della memoria e della conoscenza. Si può ben capire che per Mirko, così preso dal suo mondo emotivo e dal suo senso di inadeguatezza, il cammino verso l’attenzione selettiva non è stato facile. Tuttavia, la frequenza delle esperienze e l’adeguatezza degli stimoli al suo mondo interiore hanno fatto sė che l’attività potesse progressivamente dilatarsi al contenuto dello stimolo uditivo. Ha avuto così inizio un ulteriore fase del percorso, caratterizzata dall’identificazione della parola, del suo significato e dall’individuazione dei campi in cui essi possono comparire, per indurre la scoperta di quel patrimonio lessicale, che giaceva sopito nella sua interiorità come vocabolario personale, in attesa solo di essere vivificato dall’uso e dal ragionamento individuale. Si è condotto Mirko a toccare con mano l’organizzazione della lingua italiana, caratterizzata da pattern ripetitivi e strutture lessicali o semantiche sempre replicabili. La scoperta del suo patrimonio linguistico e l’aver sperimentato la possibilità di fruirne anche nel dubbio o di fronte all’ignoto, vista la preesistenza di una forma a cui riferirsi, lo ha condotto ad una serenità di approccio al dialogo, al testo, alla lettura.

A seguito di tutte queste esperienze si è generato automaticamente nel bambino la capacità di accedere alla codifica scrittoria, frutto di attenzione selettiva e mediatore di significati e significanti.

Questo percorso ha condotto Mirko ad una lettura attiva del vissuto in cui i meccanismi propriocettivi gli permettono di affermare dentro di sé il valore della scoperta, della conoscenza e delle procedure. Si è così sviluppato in lui anche il senso di un’abilità emozionale, che fortifica l’autostima, gli permette di viversi ed accogliersi come capace di dilatare le proprie performance e di aprirsi con maggiore consapevolezza anche al disagio dell’apprendimento.



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E-DUCARE AL SILENZIO

È indubbio che come pedagogisti clinici abbiamo il compito di educare, ma vi sono diversi modi di intendere questa parola. Il termine “educare” deriva dal latino ex-ducere, che significa tirare/condurre (-ducere) fuori (ex-); far venire alla luce. La Pedagogia Clinica si propone di assolvere il suo compito educativo proprio “tirando fuori” le potenzialità del soggetto, supportandolo affinchè impari a conoscersi, a ritrovare se stesso, a soffermarsi su parti di sé sconosciute o sottovalutate.

Il Pedagogista Clinico® sposa il significato etimologico del termine e-ducare e lavora proprio su questa “e”: il suo intento è tirar fuori quello che c’è in potenza dentro l’uomo e non è ancora in atto. Non si propone di aiutare le persone cambiandole, ma stimolandole a recuperare le proprie abilità individuali.
Ogni persona in situazione di disagio deve essere messa in condizione di stare con se stessa e riconquistare la sua individualità, per avere la possibilità di trovare il proprio equilibrio interiore e l’autonomia sufficiente per poter camminare da sola; solo così, al momento giusto, potrà trovare o ritrovare la propria strada e fare a meno della presenza dello specialista.

“L’essenza del rapporto pedagogico è proprio nel suo essere-per-la-morte nel suo lavorare per la sua propria dissoluzione (e in questo consiste la sua unicità in mezzo a tutti gli altri rapporti umani); la relazione educativa ha successo nel momento in cui si scioglie, nel momento in cui gli attori che le hanno dato vita scompaiono in quanto tali, reinventandosi in nuove identità e in nuovi rapporti” (Raffaele Mantegazza, “Filosofia dell’educazione” p. 226, B. Mondadori, 1998).

“Ex-ducere” può anche voler significare: liberare dall’oscurità, dall’ignoranza, per portare alla sapienza, alla luce. Il Pedagogista Clinico® non vuole “insegnare” affinchè gli altri raggiungano La sapienza, come se questa fosse unica e uguale per tutti, ma aiutare la persona a liberarsi dalla propria specifica ignoranza, creando una situazione idonea per estrinsecare le proprie potenzialità.
Socrate parlava a tal proposito di maieutica, come “arte della levatrice”: come una levatrice aiuta la partoriente a dare alla luce il nascituro, ciò che di più bello e prezioso nasconde dentro di sé, così il filosofo aiuta l’altro a dare alla luce i propri pensieri e la propria verità, ossia ciò che lo distingue, lo rende unico e prezioso. E come la retorica si contrappone alla filosofia, in quanto impone le proprie idee e verità attraverso giri e giochi di parole, così l’istruzione (dal latino in-struere: costruire, fabbricare, ammaestrare, indottrinare) si contrappone all’educazione, in quanto ha l’intento di “mettere dentro” verità altre, invece di “tirar fuori” verità proprie.
La maieutica rivisitata in chiave pedagogico-clinica non si fonderà su domande incalzanti, come l’arte socratica, in quanto si considera la domanda un modo per tracciare una strada da percorrere, strada che sta nella mente di chi pone le domande e che quindi non aiuta l’altro a trovarne una sua. Il Pedagogista Clinico® lavora affinchè la persona riesca a tirar fuori potenzialità inespresse e sopite, lasciandola libera di percorrere la sua strada per arrivare a superare le difficoltà. Egli non vuole spiegare la vita altrui, dandone un’interpretazione: il lavoro pedagogico clinico è incentrato sul dare occasione alla persona stessa di darsi le proprie spiegazioni. Solo così, infatti, le difficoltà possono essere superate e i disagi affrontati in modo da non rappresentare più solo ostacoli o impedimenti, ma anche qualcosa che rafforza e fa crescere.

Quindi se veramente la Pedagogia Clinica si propone di e-ducare, di creare occasioni in cui l’individuo possa viversi, conoscersi e stare con sé stesso, la presenza dello specialista dovrà facilitare lo stare in compagnia di sé, senza riempire il tempo e lo spazio dedicato a questo con mille parole.

“Nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio.” (Ludwig Wittgenstein).

L’educazione passa necessariamente attraverso momenti di silenzio e di pausa, e-ducativi proprio in quanto permettono l’affiorare delle sensazioni più profonde.

“Abitare nel silenzio vuol dire dare spazio al respiro interiore, all’ascolto di sé, al dialogo o alle grandi lotte interne, dare significato ai segreti e interpretare le immagini in cui si riflettono le proprie potenzialità” (Simone Pesci - a cura di -, “Manuale di Reflecting” p. 93, Edizioni Scientifiche Ma.Gi., 2005).
È fondamentale, quindi, recuperare il valore del silenzio e dell’ascolto nella relazione educativa. Educare al silenzio significa quindi educare all’ascolto di sé per scoprirsi e ritrovarsi.
Le parole senza le pause, infatti, non hanno significato: sono questi momenti senza suoni che consentono la riflessione e l’ascolto di sé stessi. Le pause devono perciò essere sapientemente utilizzate nella comunicazione - a maggior ragione da un professionista della relazione quale è il Pedagogista Clinico® - per dare il giusto significato e la giusta importanza alle parole che precedono e seguono.
L’utilizzo del silenzio consente quindi di aiutare gli altri, ove per aiuto si intende il facilitare la persona a trovare/ritrovare sé stessa e la propria strada, che è solo sua.



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SCUOLA, FORMAZIONE DELLA PERSONA E PREVENZIONE

La scuola è la struttura principale di socializzazione per le nuove generazioni. Anzi, per molti aspetti, quali i mutamenti sociali, il prevalere della famiglia mononucleare, la scarsa autonomia di bambini e ragazzi come conseguenza di dimensioni urbane e metropolitane che non permettono l’appropriazione degli spazi una volta considerati importanti per la socializzazione, la scuola sta diventando sempre più l’unico ambiente all’interno del quale sperimentare delle relazioni socializzanti. Il gruppo classe in particolare diventa per molti l’unico spazio in cui fare esperienza con i coetanei.

Ecco perchè in questo luogo la prevenzione può essere uno strumento fondamentale di aiuto alla crescita: raggiungendo la maggioranza dei minori, vengono favorite esperienze “nutrienti” senza esclusione alcuna. Entrare anche solo in una classe di un istituto può significare un passaparola all’interno di un’intera scuola, permettendo il ripetersi di esperienze importanti.

Inoltre, la partecipazione alla vita di classe è un’esperienza fondamentale per ogni ragazzo, favorendo e condizionando il processo di costruzione dell’identità personale.

L’allievo è immerso in una dinamica di investimenti multipli implicanti gli altri compagni, gli insegnanti, i genitori e il quartiere. Molte ricerche sociologiche sugli esiti della scolarizzazione, evidenziano la correlazione positiva tra legami continuativi all’interno del gruppo classe che vanno oltre le ore di scuola e che permettono la costituzione di gruppi di pari e l’assenza di comportamenti delinquenziali. Quindi la classe può avere molte funzioni protettive importanti nello sviluppo delle persone proprio per l’influenza che l’istituzione scolastica può avere su bambini e ragazzi: la crescita individuale, emotiva, relazionale, affettiva, cognitiva è condizionata in buona misura dal vissuto che ciascuno sperimenta proprio tra i banchi di scuola.

La scuola può incidere positivamente anche sull’evoluzione dei ragazzi che provengono da situazioni famigliari disagiate: la qualità delle relazioni scolastiche può rendere possibile un’integrazione tra identità e autonomia e identificazioni famigliari. Il dover rispondere efficacemente alle richieste scolastiche può stimolare un processo di revisione critica dei modelli famigliari appresi in passato con la conseguente ricerca di modalità più adeguate di relazione e lavoro. Così si avvia un processo trasformativo, attraverso il quale strutturare un nuovo modello relazionale interno di riferimento, che modifica l’apparato psichico e che potrà diventare la struttura portante dell’identità adulta. È un percorso di cambiamento intenso e faticoso e il ragazzo potrà affrontarlo solo se sentirà sostegno, fiducia, incoraggiamento e valorizzazione.

L’insegnante è il primo soggetto che può e dovrebbe garantire e promuovere questi atteggiamenti; per poterlo fare è necessario però che prima di tutto riconosca che l’apprendimento umano è un’esperienza complessa e che la messa in moto di capacità cognitive passa attraverso l’instaurarsi di relazioni affettivamente significative.

Lavorare nella scuola significa dar valore e voce ad ogni singolo individuo, che in questo luogo spesso - e purtroppo- si sente un numero: dall’insegnante, al ragazzo, al genitore.

In questo scenario complesso si fa strada la prevenzione, che si esplicita come “l’insieme di interventi volti a impedire l’insorgenza di situazioni di disagio”.

La prevenzione si occupa della “normalità”, vale a dire quella parte della popolazione (la maggior parte) che non presenta un disagio conclamato, istituzionalizzato, ma al cui interno è presente una gradualità che va dal benessere al malessere non ancora esplicito. Questo spicchio di popolazione, è più silenzioso, più ricco di risorse e, per queste sue caratteristiche, rischia di non essere visto, valorizzato né, in quei casi in cui la richiesta di aiuto non sia ancora evidente, sostenuto.

Ecco allora che il delicato compito della prevenzione è quello di avvicinarsi a questa “normalità” e ascoltarla, per far emergere una domanda che il soggetto ancora non ha formulato e permettere di trovare un sostegno per affrontare e superare le difficoltà fino a quel momento non considerate. Questa parte della prevenzione è definita secondaria, per la sua specifica individuazione precoce di situazioni di disagio.

La prevenzione permette quindi non solo l’emersione del disagio nascosto ma, soprattutto, per la sua caratteristica di essere indirizzata alla normalità, sostiene le persone che, nel corso della vita, incontrano “normali” difficoltà evolutive che, se affrontate con un buon bagaglio di risorse, si risolvono, rafforzando così l’identità della persona, che risulta più integrata.

In questa direzione si muove anche la Pedagogia Clinica, la quale, grazie all‘approccio globale con cui guarda l’individuo con il quale interloquisce e di cui si occupa, permette di diversificare le pratiche che vengono così modulate in base ai soggetti di cui si occupa. Il suo scopo è quello di “aiutare la persona a trovare in sé le risorse per affrontare le situazioni difficili in maniera più integrata”. È una disciplina che, avvalendosi di una molteplicità di saperi e di strumenti, permette di differenziare gli obiettivi, le modalità e le strategie di realizzazione all’interno della finalità preventiva.

L’incontro tra Pedagogia Clinica e Prevenzione può dar vita a una molteplicità di interventi differenziati, proprio per la sua capacità di interrogarsi e farsi strumento in aiuto alla persona in virtù del soggetto che ha di fronte: dal bambino, al ragazzo, all’adulto, all’anziano. Finalità di quest’incontro è l’espressione, l’accoglienza e la ricerca delle risorse personali per agevolare il recupero di energie e di capacità vitali, in un atteggiamento generale di valorizzazione della persona.



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