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INDICE TEMATICO
IL RUOLO DEL CORPO NELLA PEDAGOGIA CLINICA
D: che ruolo riveste il corpo nella pedagogia clinica?
R: il corpo è centrale nella pratica Pedagogico Clinica, sotto diversi punti di vista. In primo luogo ad essere centrale è proprio il corpo del pedagogista clinico stesso: al centro della relazione con le persone, veicolo della relazione stessa e della comunicazione. Ogni gesto del pedagogista clinico è pensato e consapevolmente utilizzato a fini relazionali e comunicativi, appunto, in aiuto alla persona. Il pedagogista clinico è inoltre sempre il primo a mettersi in gioco attraverso l’espressione corporea, egli infatti non “sta a guardare”, ma è sempre attivo e partecipe di ogni esperienza proposta.
Ad essere centrale è inoltre il corpo delle persone che si rivolgono al pedagogista clinico. Ogni esperienza proposta vuole infatti essere un’occasione per relazionarsi con sé stessi e/o per riscoprirsi.
Ogni metodo e tecnica propria della pedagogia clinica ha appunto il corpo come suo “argomento” principale. Basti pensare ai metodi di esplorazione corporea, in cui il pedagogista clinico e la persona entrano in comunicazione attraverso il tatto. Queste esperienze offrono la possibilità di vivere il proprio corpo come vitale, avendo l’occasione di stare con sé stessi, di viversi e ascoltarsi, traendo piacere dalle sensazioni. Pensiamo, per esempio, a quanto sia fondamentale la relazione col proprio corpo per le persone con disturbi alimentari, oppure per gli adolescenti, alle prese con numerosi cambiamenti e con un’identità ancora tutta da costruire.
Anche i metodi che aiutano le persone nel recupero e/o incremento delle abilità logico matematiche, linguistiche, di codifica e decodifica scrittoria, di espressività verbale, ecc. passano attraverso il corpo: il pedagogista clinico, infatti, non fonda la sua professione di aiuto su esercizi ripetuti o spiegazioni, ma su esperienze che vogliono lasciare il segno; per farlo devono mettere in gioco la persona nella sua totalità, ossia nel suo essere unità mente-corpo. Riteniamo infatti di non poter aiutare veramente una persona se non le permettiamo di trovare dentro di sé, nella sua unità psicofisica, e quindi nella sua corporeità, le proprie abilità e le strade per superare le proprie difficoltà.
Il rapporto col proprio corpo, insomma, in quanto veicolo della relazione con sé stessi e con gli altri, è alla base della strutturazione della personalità di ogni individuo: esso ci limita, segna il confine tra noi e gli altri, ci permette di situarci nello spazio, stimola la presa di coscienza di sé. Come non assegnargli quindi un ruolo centrale, se il fine ultimo è l’aiuto alla persona in difficoltà?
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GENITORI: IRREMOVIBILI O PERMISSIVI?
D: siamo genitori di un bimbo di 5 anni che cresce sereno ed allegro; cerchiamo di trascorrere più tempo possibile insieme a lui giocando e rispettando i suoi tempi; è un bambino accondiscendente e tranquillo ma i momenti inevitabili di forte opposizione e di conflitto ci colgono spesso impreparati e ci sentiamo oscillare frustrati tra l’essere del tutto irremovibili e l’essere permissivi per non alimentare la sua rabbia. Come possiamo aiutarlo?
R: gentili genitori, il modo in cui avete formulato la domanda finale mi rallegra in quanto, in qualità di adulti, è bene essere consapevoli che nel momento in cui negoziamo la soluzione di un conflitto con i nostri figli, abbiamo sempre il coltello dalla parte del manico: sul tavolo dei negoziati non siamo certo allo stesso livello e le nostre abilità sociali sono più evolute.
Le crisi conflittuali possono assumere aspetti diversi: dai capricci per un gelato alle crisi per tornare a casa dopo un pomeriggio al parco ed accompagneranno ogni fase di crescita in quanto parte integrante del rapporto tra genitori e figli.
È importante cogliere il potenziale positivo di questi momenti per riuscire a trasformali in opportunità per creare fiducia; certo, non esistono formule magiche ma può essere vantaggioso adottare alcuni atteggiamenti di base che, dato il clima favorevole in cui state crescendo vostro figlio, non vi sarà difficile assumere.
Cerchiamo anzitutto di mantenere sotto controllo la nostra collera perchè un bambino non ha la forza emotiva per far fronte a tale emozione che peraltro è spesso contagiosa; evitiamo di infliggere delle punizioni durante la concitazione delle crisi perchè, nel migliore dei casi, molto probabilmente non avranno alcun effetto oppure si riveleranno aggressive; cerchiamo di rinviare una soluzione in quanto risolvere conflitti in maniera democratica richiede calma: può essere utile affermare nel frattempo tutta la nostra comprensione (“So che vorresti...So che sei molto arrabbiato...Davvero ti piacerebbe..."); accogliere il bisogno ed offrire delle scelte con un tono di voce deciso ma benevolo rappresenta una valida alternativa a minacce e a patetici appelli.
Ricordiamoci chi i nostri figli hanno bisogno di amore soprattutto quando non lo meritano: accogliere le loro emozioni e nel contempo porre dei limiti al loro comportamento sono alte forme di amore.
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EDUCAZIONE AL TEMA DELLA MORTE
D: gentile Dottoressa, durante l’anno scolastico in corso purtroppo è mancato il fratellino di un compagno di classe di nostro figlio. Io e mio marito ci chiediamo che cosa possiamo fare come genitori per affrontare con con un bambino di dieci anni il tema della morte in quanto ci siamo resi conto che, nei discorsi con i compagni, spesso fanno riferimento a questo tragico evento.
R: vi ringrazio perchè questa domanda mi offre la possibilità di affrontare con voi il tema dell’educazione della morte.
La morte di una persona conosciuta e cara ai bambini crea l’opportunità per instaurare un legame profondo con i nostri figli.
I bambini vengono sempre coinvolti con entusiasmo e concitazione negli inizi della vita: siamo desiderosi di condividere con loro ad esempio l’evento della nascita del figlio di amici o della sorellina di un compagno; purtroppo non accade la stessa cosa quando muore qualcuno: gli adulti tendono più o meno consapevolmente ad escluderli da questo evento e dagli eventi ad esso connessi (malattia, funerale) per preservarli dalla tristezza, informandoli poco o affatto su ciò che sta accadendo.
Con l’obiettivo di proteggere i nostri figli, li priviamo però in tal modo della grande opportunità di condivisione di un’esperienza dolorosa e profondamente sentita: chi riesce ad essere sincero e parlare apertamente anche della perdita ha la possibilità di creare un rapporto di fiducia e di ascolto empatico.
Non è necessario aspettare che si verifichi una tragedia personale per iniziare ad educare i nostri figli alla mortalità in quanto la vita di ogni giorno ci offre l’opportunità di fare ciò senza quel forte impatto emotivo che la morte di una persona vicina potrebbe causare.
Un uccellino morto in un prato, le foglie secche che cadono dagli alberi in autunno, i capelli che cadono quando li spazzoliamo sono esempi concreti della vita che si conclude; è possibile spiegare la morte ai bambini chiedendo loro che cosa sia la vita: quando non posso più respirare, vedere, toccare, ascoltare, crescere allora sono morto.
La morte fornisce in realtà anche l’opportunità di insegnare ai propri figli le credenze religiose alle quali li si vuole educare.
La semplicità, la concretezza e la sincerità sono gli strumenti più efficaci ed adeguati per parlare ai bambini della morte: quando i nostri figli ci interpellano e ci rivolgono domande è opportuno rispondere loro con chiarezza, senza fornire informazioni aggiuntive a quelle richieste; solitamente dopo aver colto ciò che è stato detto, elaboreranno l’informazione, giocheranno per un pò e torneranno quando sentiranno la necessità di ottenere ulteriori indicazioni man mano che si sentiranno in grado di affrontare le risposte.
Se l’adulto è sincero, il bambino sa che può contare su di lui e ciò accresce il senso di sicurezza personale soprattutto in un momento di difficoltà.
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ESSERE GENITORI...MA SEPARATI
D: sono separata, madre di una figlia di 13 anni. Ho sempre cercato di essere una madre presente, nonostante gli impegni lavorativi assorbano molto del mio tempo, e di avere un rapporto di amicizia con lei, anche se ora appare più chiusa e distaccata. Vorrei capire che cosa le passa per la testa soprattutto perchè ho il timore che possa aver risentito durante la separazione dal mio ex-marito delle continue liti, dei dissapori e delle recriminazioni che ci sono stati.
R: gentile signora, la separazione costituisce senz’altro un evento molto stressante non solo per i coniugi che si ritrovano a dover porre fine ad un matrimonio, con tutte le conseguenze a livello psicologico ed emotivo che ciò comporta, insieme ai rancori e alle rivendicazioni vissuti da entrambi nel far rivalere ciascuno le proprie ragioni sull’altro, ma anche e soprattutto per i figli, per i quali la questione appare estremamente delicata in quanto molto più fragili e vulnerabili di fronte ad avvenimenti che sfuggono al loro controllo e che li vedono coinvolti senza comprendere il perchè di quanto sta accadendo.
In una situazione del genere il minore dovrebbe essere tutelato nei suoi diritti con la possibilità di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, dai quali ricevere cura, educazione ed istruzione adeguata.
Non va dimenticato che i legami con i figli non cessano di esistere dopo la separazione, poichè se i ruoli coniugali non sussistono più, tuttavia le funzioni genitoriali permangono all’interno di una corresponsabilità educativa.
La forte conflittualità presente prima e durante la fase di separazione rende più complessa la procedura verso una via consensuale, con conseguenti difficoltà da parte della prole ad adattarsi ad una nuova situazione familiare.
Le preoccupazioni da lei sentite appaiono più che legittime in quanto come genitore avverte la necessità di supportare emotivamente sua figlia in un processo di transizione verso una riorganizzazione dell’assetto familiare diverso da quello passato e che dovrà accettare, pur se con fatica. Tenga inoltre presente del particolare momento di crescita che sta attraversando attualmente, ossia la preadolescenza, nel quale il bisogno di una strutturazione dell’identità inizia a delinearsi nella direzione di un’emancipazione dalle figure genitoriali che andrebbe affrontata senza indurre troppi scossoni e distacchi netti che potrebbero disorientarla. Molto probabilmente la chiusura e il distacco che legge nel comportamento di sua figlia non sono segno di anaffettività nei suoi confronti ma non sono neanche da sottovalutare poichè se da una parte possono apparire quali aspetti propri della crescita, dall’altra possono rivelare uno stato di disagio per una situazione che probabilmente non è stata ancora assorbita e che richiede del tempo per essere superata. Un approfondimento di tipo specialistico più accurato potrebbe aiutarla a mettere in luce quelli che sono i conflitti interni che la turbano e che non le consentono di vivere positivamente la separazione di mamma e papà come un momento di transizione e di evoluzione.
Ad ogni modo, se lei avverte di essere sempre stata una presenza costante per sua figlia, continui a starle vicino in modo discreto ma allo stesso tempo vigile, senza sentirsi messa da parte. È importante non far mancare un sostegno affettivo rassicurante.
Ora più che mai ha bisogno di un adulto, più che di una “amicizia”: un rapporto madre-figlia nel quale le dinamiche sono poste al medesimo livello può essere rischioso in quanto pregiudica l’importanza di un ruolo, quello di genitore, con dei doveri e delle responsabilità specifiche nell’educazione della prole.
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